Intervista con me stesso
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Estratti da "Intervista con me stesso"
Durante il corso della mia carriera artistica ho incontrato persone di ogni razza, età e classe sociale, provenienti da tutti i paesi. Le domande che mi hanno posto non cambiavano molto da persona a persona. Questo è un riassunto delle domande più frequenti e delle risposte in forma di un’intervista.
Intervista
(Karlsruhe, 2010)
I: Come ti definiresti?
EM: Un artista? (Ride)
I: Come hai cominciato a sentire che eri un artista?
EM: Se sei un artista, nasci artista; poi dipende da te se seguire la tua natura o rifiutarla. Tu lo senti e anche le persone che ti circondano lo sentono. Sai, io ho fatto studi scientifici, perché questa era “la cosa giusta da fare” per la mia famiglia e, per un certo periodo, anche per me, ma devo ammettere che mia madre aveva ragione quando mi diceva: “Tu potrai anche avere quattro lauree in scienze, ma rimarrai sempre un artista”. Non voglio fare il romantico, potrei usare molti luoghi comuni riguardo all’essere un artista, ma preferisco dire semplicemente che per me quando ricerchi ovunque la bellezza, quando hai la necessità di vivere circondato dalla bellezza, quando cerchi la libertà dalla vita ordinaria e dalla routine, quando hai bisogno di creare e di esprimerti non solo per te stesso, ma anche per gli altri e quando cerchi di essere ogni giorno migliore per te stesso e per gli altri, allora sei un artista. Vedi, alla fine sono pure riuscito a darne una definizione romantica. (Ride) Riguardo all’essere un artista vorrei suggerire un passaggio eccellente di Rilke nelle “Lettere a un giovane poeta”. Chiunque abbia dubbi riguardo all’essere un artista o meno dovrebbe leggerlo; lì può trovare davvero una buona risposta.
...I: Tu non hai un percorso artistico classico vero?
EM: Se per “classico” intendi l’accademia d’arte, hai ragione: non ho un percorso artistico classico, ma ne sono piuttosto fiero. Le istituzioni sono cristallizzate nelle loro convinzioni ed è fuori di dubbio che se rimani all’interno di un’istituzione per molti anni alla fine cominci a pensare come lei, sei obbligato. Se non dici al tuo insegnante quello che ama sentirsi dire non passerai il tuo esame, è un dato di fatto. Loro ti diranno che prima impari e poi sei libero di fare quello che ti pare, ma poi è troppo tardi: la tua mente è già stata forgiata. Se entri all’interno di un’istituzione tradizionale devi fare un doppio sforzo per essere te stesso, per trovare la tua identità e il tuo scopo; e questo è abbastanza difficile anche senza ulteriori vincoli. Ma permettimi di dire che la storia ha celebri esempi in cui il percorso artistico classico non è stato per nulla seguito. Mi piace citare Francis Bacon, il più grande pittore del XX secolo dopo Picasso; lui non aveva affatto un percorso accademico, ma pure lo stesso Picasso ha abbandonato l’accademia al primo anno. Ti rendi conto?! (Ride)
I: Tu hai passato molti anni a dipingere corpi umani, come sei arrivato ai simboli archetipici?
EM: Quando ho cominciato a dipingere seriamente, voglio dire con un vero obiettivo, credevo che l’essere umano fosse l’inizio, il centro e la fine: tutto insomma. Senza l’essere umano non c’è nulla intorno, almeno non possiamo percepire ciò che ci sta attorno. Noi siamo tutto ciò che abbiamo. Per me era importante investigare la natura umana, scavare al suo interno. Un albero, un fiore, una nuvola… per me non erano così importanti come l’essere umano. Prima di tutto dovevo capire come io funziono, come le persone funzionano, come il genere umano funziona; così ho cominciato a dipingere corpi e volti per concentrarmi sulla natura umana. Ho usato molte tecniche, ma principalmente ero solito fare dei collages sulla tela che poi coprivo con sabbia per dipingerci sopra. Era come dipingere sulla parete ruvida di una grotta, come graffiti primitivi, ma il soggetto era molto contemporaneo. C’erano molto sesso, rabbia, tecnologia… non riuscivo ad accettare che la società andasse nella direzione sbagliata e ho cercato di evidenziare questo fatto: “scioccare attraverso l’amplificazione”. Non mi rendevo conto che nelle mie opere la soluzione non era inclusa! (Ride) Capisci il punto? Sottolineavo il problema, ma non suggerivo una soluzione!
I: E cosa è successo quando lo hai capito?
EM: Non ho capito questa cosa immediatamente, ma ho smesso di fare mostre. È stato inconscio. Oggi capisco il motivo: non potevo dire qualcosa al pubblico che fosse solo il problema, il mio scopo non era completo. Rendermi conto di questo fatto per me è stato un silenzioso shock, come perdersi nel deserto. All’epoca vivevo a Parigi, ma ero nel deserto. Uscivo raramente dal mio appartamento e usavo i miei giorni per dipingere nella mia stanza. Ho smesso di fare mostre, ma non ho mai smesso di dipingere. È stato un processo molto intimo. I soggetti dei miei quadri cambiavano e così la tecnica. Ho cominciato a dipingere ad olio su legno sempre corpi e volti, ma ho messo da parte il sesso e la rabbia. I soggetti diventavano sempre più religiosi o mitici dire, sì, mitologici. Pian piano alcuni i simboli sono apparsi insieme a questi personaggi mitologici: una sfera, una luna, una croce. Quando sono arrivato in Germania ho finalmente completato la transizione dal figurativo all’astratto. A quel punto ho semplicemente rimosso i corpi e ciò che ne è rimasto sono stati i simboli. Simboli archetipici. È stato piuttosto facile, se ora guardo la cosa dall’alto. I corpi non erano sufficienti: non potevano essere la soluzione. Nei corpi c’era il problema, la soluzione non poteva risiedere nel corpo fisico perché non è fisica. Penso che sia piuttosto normale approdare alla pittura astratta quando stai cercando risposte che vanno oltre il corpo e la vita nella materia.
Penso che sia piuttosto normale approdare alla pittura astratta quando stai cercando risposte che vanno oltre il corpo e la vita nella materia.
I: E I simboli erano la soluzione?
EM: non posso dire che i simboli sono “la soluzione”, ma sono “una soluzione”; sono un grande aiuto. Sai, identificare il problema non è la soluzione e per risolvere i nostri problemi dobbiamo concentrarci di più sul nostro mondo interiore. I soldi, il sesso, la violenza… siamo abbastanza consapevoli che esistono e che sono un problema, ma ripetere e continuare ripetere questo concetto non ci darà la soluzione. Al contrario, se l’essere umano comincia a porsi delle domande dall’interno forse comincerà a cambiare e non darà così tanta importanza a questi lati corrotti della società. I simboli sono un catalizzatore per l’interrogazione interiore; essi sono correlati alla nostra parte più intima, che abbiamo quasi completamente dimenticato. Essi agiscono principalmente sulla parte inconscia dell’uomo e la mente non ha potere su di loro: non puoi essere disonesto con te stesso di fronte ai simboli (Ride).
I: Dici che le tue opere sono una sorta di processo alchemico; potresti spiegare questo per coloro che non conoscono così bene l’alchimia?
EM: Riguardo all’alchimia tutto è già stato detto, ma se dovessi semplificare, il più conosciuto obiettivo dell’alchimia è la trasmutazione dei metalli vili in oro. Questo processo è raggiunto dopo un lungo lavoro di manipolazione delle sostanze brute centinaia o migliaia di volte. Io prendo questo principio e lo uso nelle mie opere. Il lavoro comincia con la materia nel suo stato originario: pietre, sabbie, terre… poi comincio a lavorare su di loro. Esse diventano uno strumento per realizzare le mie creazioni. Questa materia bruta è disposta sulla tela seguendo geometrie sacre e creando simboli archetipici. La materia è molto bassa sul cammino dell’evoluzione; i simboli e le geometrie sono molto puri ed elevati. Quando comincio a dipingere, il modo in cui lavoro è molto grezzo: uso le mani, grandi pennelli e grandi spatole e anche il lavoro è fatto in modo molto grezzo. Poi vengono i colori e la definizione delle geometrie… a questo punto il lavoro diventa più raffinato. Nella fase finale, a volte, uso addirittura delle pinzette per posizionare piccole pietre esattamente dove voglio io o piccolissimi pennelli per ottenere i dettagli di cui ho bisogno. Anche nella mia tecnica, come vedi, c’è una specie di evoluzione: dal grezzo al sublime… (Ride)
Anche nella mia tecnica c’è una specie di evoluzione: dal grezzo al sublime.
...I: Tu hai vissuto a Reggio Emilia, Milano, St. Tropez e Parigi; ora vivi a Karlsruhe. Esiste un’influenza del luogo in cui vivi sulla tua opera?
EM: E chi può dirlo? Chissà cosa avrei dipinto se invece di vivere a Parigi avessi vissuto a Berlino. Ciò che posso dire è che ogni città, ogni luogo ha la sua particolare energia e io la sento, ma non saprei quanto influisce sulle mie opere.
...I: Cos’è l’arte per te?
EM: Buona domanda… cos’è l’arte… se dovessi usare una sola parola direi che l’arte è evoluzione. Se dovessi usare una sola parola direi che l’arte è evoluzione. Per me se non c’è evoluzione tutto è inutile. Forse sono troppo pragmatico e troppo poco poetico, ma è così. Lo scopo dell’umanità dovrebbe essere quello di essere migliore, ogni giorno migliore; e anche ogni essere umano dovrebbe cercare di morire migliore di come è nato.
Ogni essere umano dovrebbe cercare di morire migliore di come è nato.
Ogni bambino appena nato è puro e poi col tempo, spesso, la sua anima è corrotta da questa dura esistenza. Impariamo molte cose durante la nostra vita, ma la maggior parte del tempo si tratta solo di informazioni, le nostre anime non evolvono, al contrario involvono; diventiamo cinici, avidi, egoisti e così via… l’arte dovrebbe spingere le persone nella giusta direzione e io credo ancora che questo sia un potente mezzo per farlo.
I: Possiamo dire che l’arte è creazione?
EM: L’arte può essere tante cose, dipende dal punto di vista. L’arte per me deve essere prima di tutto evoluzione, ma è certo che se non crei non puoi comunicare principi di evoluzione, tutto è correlato. Siamo stati creati e per questo dobbiamo creare, ma certamente esistono molte forme di creazione: puoi creare auto, bambini, quadri, cibo… ogni creazione ha una sua ragione di essere, ciò nonostante alcune creazioni sono più importanti di altre e certe creazioni non posso essere fatte da chiunque.
I: Potresti farmi un esempio?
EM: Prendiamo una fabbrica di automobili. Se il signor Rossi lascia il suo posto di ingegnere di progetto, il signor Bianchi prenderà il suo posto e il consumatore non noterà alcuna differenza sul prodotto finale. Sarà sempre una Mercedes o una Ferrari o quello che vuoi… nell’arte è diverso, se cambi Picasso con Matisse riconoscerai immediatamente la differenza (Ride). Ogni artista è unico e questo è ciò che conta per me: il sentimento che ci sono cose che solo io sono capace di fare, cose che sono riempite della mia essenza.
I: È questo il motivo per cui dipingi?
EM: Dipingo per me stesso e per il pubblico. Credo che sarebbe molto disonesto dire che un artista dipinge solo per sé stesso. Voglio dire che anche se un artista è chiuso in prigione o sperduto su un’isola deserta, dentro di sé, nella parte più profonda della sua anima, c’è sempre la speranza che un giorno qualcuno vedrà quello che ha fatto. Sono sicuro che se un artista fosse il solo uomo sulla Terra, essendo consapevole di esserlo, non troverebbe mai la forza o la motivazione per creare.
I: Forse creerebbe per una civiltà extraterrestre?
EM: Se accettiamo che una civiltà extraterrestre possa esistere, sì, questa potrebbe essere una buona ragione, un’ottima ragione direi! Quello che voglio dire è che lo scopo, nell’atto creativo è fuori dell’artista, in un pubblico, umano o extraterrestre, o quello che vuoi… senza un pubblico un artista non ha uno scopo.
I: Allora l’artista dovrebbe essere grato al pubblico?
EM: Assolutamente, il pubblico è la
scintilla che accende il fuoco della creazione.
Il pubblico è la scintilla che accende il fuoco della creazione.
Anche se gli artisti sono spesso poco gentili con il pubblico, esso ha un ruolo primario nel processo creativo e non dovrebbe essere disprezzato neanche se non apprezza, anche se non capisce…
...I: Qual’è il tuo messaggio?
EM: Non so se possiamo chiamarlo messaggio. Io cerco di deviare l’attenzione del pubblico dal mondo esterno al mondo interno e spingerlo a investigare certe parti del suo essere che ha dimenticato. I simboli archetipici hanno questo potere: risvegliare la coscienza perduta. Quando la coscienza è attivata ognuno trova il messaggio che ha bisogno di trovare. I miei quadri sono una sorta di catalizzatore per l’interrogazione interiore.
I miei quadri sono una sorta di catalizzatore per l’interrogazione interiore.
I: Qual’è il tuo processo creativo?
EM: Sono fiero di poter dire che non mi sveglio al mattino gridando che ho fatto un sogno o che mi è venuta una brillante idea e che ne farò subito un quadro. Non funziona così. Il mio lavoro si basa su un proposito ben definito e non posso lasciare la mia immaginazione libera di andare dove le pare. Io decido di lavorare su di un certo tema e per fare questo devo lavorare con certi simboli specifici, colori e materiali. C’è sempre un progetto dietro.
...I: Cosa è più importante, la tecnica o il contenuto?
EM: La tecnica è come lo stile in letteratura. Prendiamo per esempio Joyce, lui ha creato lo “stream of consciousness” perché aveva uno scopo ben preciso: voleva esprimere il meccanismo del dialogo interiore. Voleva arrivare lì e per andarci aveva bisogno di questo particolare stile. Non era semplicemente una buffa idea per fare qualcosa di diverso o per cambiare la tradizione. Lo stile era subordinato allo scopo e al contenuto. Non era solo un’idea vuota. Nell’arte dovrebbe essere la stessa cosa: un’idea vuota non va da nessuna parte ed è inutile. Può solo risvegliare la curiosità per un po’, ma sarà subito dimenticata.
Un’idea vuota non va da nessuna parte ed è inutile.
...I: Cosa pensi dell’arte contemporanea?
EM: Oggi giorno quasi tutta l’arte contemporanea è semplicemente un’idea bella o furba che nasce nella testa di una persona, non voglio chiamarla “un artista”, e ripetuta svariate volte in diverse varianti. Ripetuta centinaia, migliaia di volte, durante un’intera vita: non c’è evoluzione! Non c’è un linguaggio abbastanza flessibile per esprimere diversi concetti, per comunicare con il pubblico. La maggior parte delle opere d’arte non ti spingono ad analizzarti e ad interrogarti, perché solo con l’auto interrogazione ci può essere evoluzione, senza domande non c’è risposta, e senza risposta non c’è evoluzione: rimaniamo quello che siamo.
Senza domande non c’è risposta, e senza risposta non c’è evoluzione: rimaniamo quello che siamo.
La maggior parte dell’arte oggi è come i programmi televisivi. Quando guardi la televisione sei completamente assorbito da una grande quantità di immagini sorprendenti, violenza, sesso… ma anche bei documentari sulla natura, film gialli, film d’amore… ma alla fine dimentichiamo tutto e siamo solo stanchi e annoiati e cerchiamo qualcosa di nuovo… La televisione è fatta non per incoraggiare il pensiero, ma per arrestare il processo cognitivo, per rilassare e avere flussi di emozioni, false emozioni; è un effetto soporifero celato dietro un miscuglio caotico di immagini sorprendenti. C’è una grande differenza tra conoscenza e informazione. Oggi siamo iperinformati, ma la conoscenza sta diminuendo brutalmente. Questo tipo di arte non insegna niente.
...I: Parli spesso di belle e furbe idee in senso negativo, puoi spiegare meglio la tua posizione?
EM: Si, in effetti sono un po’ stanco di questo modo di fare in cui ogni giorno assistiamo alla promozione di un giovane artista che salta fuori con una bella e furba idea. Potrei inventare centinaia di belle idee che possano essere ripetute in serie per stupire il pubblico. Quasi tutti possono fare questo se solo pensano un po’ in questa direzione. Non voglio apparire volgare, con la volgarità sarebbe ancora più facile farti un esempio… questo tipo di arte è basato su di una sola idea. Solo una, ripetuta e ripetuta, non è un linguaggio con il quale puoi comunicare; questa è la grande differenza! Immagina se la Bibbia fosse composta da duemila pagine in cui sta scritto: “In principio Dio creò il cielo e la terra, in principio Dio creò il cielo e la terra, in principio Dio creò il cielo e la terra…” può essere una buona idea, è molto importante sapere che “In principio Dio creò il cielo e la terra”, ma dov’è l’evoluzione?! Una volta, credo, è sufficiente! (Ride)
...I: Quale artista ammiri di più?
EM: Indovina?
I: Picasso?
EM: Giusto. (Ride) Come si può non ammirare Picasso? È come la religione: se credi in Dio c’è un solo Dio (Ride), ma parlando seriamente io ammiro Picasso più per la persona che per l’artista. Forse è stato solo fortunato, non lo sapremo mai… ma è fuori di dubbio che ha imposto il suo stile al mondo intero e per un essere umano questo è molto. Per un pittore ancora di più. Oggi con la televisione e i media iper efficienti è facile diventare mondialmente conosciuto se sei un attore o un cantante, più difficile se sei uno scrittore, ancora di più se sei un pittore, ma è possibile. Picasso è diventato Picasso, un mito, in un periodo in cui i media non erano ancora così potenti e per me questa è una impresa titanica per un uomo solo.
...I: Hai un sogno?
EM: Per fortuna nella mia vita ho ancora tanti sogni, forse non sono sogni, ma semplicemente cose che vorrei fare, ma ci vorrebbe troppo tempo per parlarne. Questo è ciò che mi spinge ad alzarmi al mattino, senza di loro dormirei tutto il giorno! (Ride)
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